L’efficacia della meditazione nell’inibire o alleviare la percezione del dolore è una certezza. Lo dimostrano numerosi studi che hanno messo in evidenza come la pratica di tale disciplina agisca sui centri del cervello coinvolti nella percezione del dolore.
La meditazione è un’arte di origine orientale basata su un particolare equilibrio tra postura, respirazione e controllo della mente. La millenaria capacità dei meditatori, altamente qualificati, di non percepire dolore durante la meditazione, ha suggerito alla scienza occidentale che tale pratica può influenzare funzioni superiori del sistema nervoso centrale, e può modulare specifici meccanismi neurali capaci di inibire la percezione del dolore.

A questo proposito, il professor Hiroski Nakata del Dipartimento di Fisiologia Integrativa, Istituto Nazionale per le Scienze Fisiologiche di Okazaki in Giappone e i suoi collaboratori hanno ipotizzato i meccanismi cerebrali responsabili dello “spegnimento” del dolore durante la meditazione.

Per fare ciò, hanno comparato le analisi, già presenti in letteratura, operate con tecniche di neuroimaging (PET, MRI, EEG) e tecniche di neurofisiologia clinica, utilizzate per rintracciare la relazione tra l’attività di particolari aree cerebrali e le funzioni cerebrali ad esse connesse, nel cervello di meditatori esperti durante la fase meditativa.

I risultati hanno indicato come la meditazione riduca l’attività nelle principali aree deputate alla percezione del dolore:

  • corteccia cingolata anteriore e lobo dell’insula, associate alla componente affettiva del dolore come reazioni emotive, eccitazione, attenzione alla stimolazione del dolore;
  • corteccia somatosensoriale (I, II) e talamo associate alla componente sensoriale e discriminativa del dolore che permette di distinguere la localizzazione dello stimolo, l’intensità, la qualità, la durata.
Questa conclusione sorprendente spiegherebbe l’efficacia di tecniche di meditazione quali yoga, tai-chi, respirazione Zen, per la cura del dolore in patologie come il mal di schiena, la fibromialgia, l’artrite, ma anche il loro ruolo nella riduzione di stress e ansia associati a tali patologie.

Lo stesso professore Hiroski conclude, tuttavia, che sono necessari ulteriori studi per migliorare la comprensione dei meccanismi neurofisiologici e psicologici e spiegare gli effetti benefici della meditazione. Tali evidenze pratiche – ma ancora poco chiare scientificamente – rientrano in quella categoria che gli stessi scienziati definiscono il “mistero della meditazione”.

Fonti correlate
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3652191/pdf/ECAM2013-130818.pdf
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25858658
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25834206